COPENHAGEN

2 days / 15 talks
Awesome and great blog

January 25-27

3D-io-alex-e-trump-1200x900.png

febbraio 22, 2017 Redazione0

Giuseppe di Matteo per Cultora.it – Il suo sito è ancora visibile (http://www.alexanderson2016.com/) e lo slogan in alto tutt’altro che sbiadito: “America is now”. Oltre 30mila follower su Twitter, una biografia costruita da zero, con tanto di video e gadget, un programma politico credibile. Alex Anderson aveva tutto per aspirare alla presidenza degli Stati Uniti. Nell’estate del 2015 si era pure messo in testa di partecipare alle primarie repubblicane, sfidando colossi come Marco Rubio, Ted Cruz, Jeb Bush e perfino Donald Trump, il futuro vincitore delle elezioni americane, con un decalogo di ricette alquanto moderato eppure capace di ascoltare gli umori (e la pancia) di un elettorato conservatore in collera contro la globalizzazione, colpevole di aver tradito la middle class e ridotto i posti di lavoro.

Per quasi un anno ha tenuto in scacco un intero Paese. Il problema è che Alex Anderson non è mai esistito. Si tratta infatti di un personaggio partorito dalla fantasia di Alessandro Nardone, 40enne comasco esperto di marketing digitale con un passato politico nel centro-destra come consigliere comunale della sua città. Senza muoversi dall’Italia Nardone ha costruito in Rete la campagna elettorale del suo candidato “fake”, fatta di botta e risposta con gli elettori, inviti a programmi televisivi, radiofonici e finanche a un dibattito pubblico con i suoi avversari alla presidenza. Finché, nel marzo del 2016, ha deciso di uscire allo scoperto rivelandosi al grande pubblico e ai media.

Ma la sua avventura era tutt’altro che terminata. Svestiti i panni di Alex Anderson, Nardone si è nuovamente catapultato nella campagna elettorale americana, questa volta nei panni di inviato di Vanity Fair Italia. Partito dalla Convention repubblicana di Cleveland, si è poi spostato a Philadelphia, New York e Washington DC, giusto a cavallo delle elezioni.
Di quella vicenda oggi resta il sapore adrenalinico nel suo libro “Io, Alex e Trump” (Youcanprint), pubblicato alla fine del 2016, che racconta quel periodo storico in modo inedito: tra le righe del poi si condensa anche il vissuto del prima, e nelle considerazioni di Nardone la storia di Alex riadattata alla maniera del cronista. A breve anche in inglese, per essere letta dagli americani.

Nardone, il suo libro potrebbe essere considerato un racconto scritto a quattro mani. O sbaglio?
«Assolutamente sì. Ho cercato di unire la mia esperienza di cronista e di uomo politico a quella di Alex, “candidato”, anche se per finta, alle elezioni statunitensi, raccontando tutto ciò che lui aveva vissuto realmente e che io ho a mia volta rivissuto successivamente come giornalista. Tra parentesi, la biografia di Alex ricalca quella del protagonista di un mio precedente romanzo, “Il Predestinato”».

Si aspettava la vittoria di Trump?
«Sì, anche se ero tra i pochi a scriverlo. I media americani e stranieri, a mio parere, hanno capito ben poco di ciò che è realmente successo l’8 novembre. Nel libro, per esempio, racconto i dubbi relativi alla candidatura di Hilary Clinton, mal digerita dagli stessi democratici. Per i repubblicani era l’avversario migliore da affrontare perché non aveva il carisma di Obama e rappresentava come nessuno l’establishment. Proprio ciò contro cui Trump si è scagliato, vincendo la sua partita. Non solo. La maggior parte dei media mainstream non ha voluto vedere che la gente era con lui perché stufa di promesse non mantenute. Oggi Trump spiazza anche per questo: fa ciò che aveva promesso prima di essere eletto».
Com’è possibile che nessuno si sia accorto che Alex Anderson era un fake?
«Qui entriamo in un campo minato relativo alla verifica delle notizie. Che non tutti i media hanno effettuato, e questo lo dico senza colpevolizzare nessuno. Tutto sommato Alex aveva un sito ben costruito, un profilo Twitter con migliaia di follower. Era difficile credere che fosse un personaggio inventato. Non solo: a differenza di molti politici di professione lui rispondeva a tutti. La gente lo sentiva più vicino, più vero rispetto agli altri, anche se paradossalmente era un fake. Lo stesso hanno pensato molti giornalisti. Ma la vicenda di Alex e la vittoria di Trump trascinano con sé anche altre questioni parecchio delicate».
Per esempio?
«Per esempio la guerra fra Trump e i media. Che in America è molto forte. Trump infatti li sta bypassando, comunica direttamente con la gente e gli spiega che non sono credibili, soprattutto perché molti avevano dato per certa la vittoria di Hillary Clinton».
Se Alex Anderson avesse vinto le elezioni, che tipo di presidente sarebbe stato?
«Un repubblicano moderato. Sostenitore della reaganomics, ma malleabile in tema di immigrazione. E avrebbe avuto da ridire anche sul secondo emendamento della Costituzione che, di fatto, autorizza gli americani ad armarsi».