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febbraio 22, 2017 Redazione0

da Advertiser– È stato un dibattito dai ritmi serratissimi, quello che si è svolto ieri sera all’Open Milano per la presentazione di “Io, Alex e Trump”, il libro con cui Alessandro Nardone (che mercoledì partirà per Washington, dove seguirà l’Inauguration Day di Trump per Vanity Fair) racconta la campagna elettorale che ha portato alla vittoria del magnate newyorkese, che ha vissuto direttamente prima come candidato fake alla nomination repubblicana e, poi, in veste di inviato di Vanity Fair alla convention repubblicana di Cleveland e a tutti i principali appuntamenti di Trump e Hillary Clinton tra New York, Philadelphia e Washington.

Moderato da Francesco Oggiano (Vanity Fair), che ha definito la storia di Alex “troppo bella per essere completamente falsa”, l’incontro è partito con la proiezione del teaser del videoreportage realizzato da Nardone negli Stati Uniti, per poi entrare nel vivo addentrandosi subito nella strettissima attualità delle fake news: “Alex Anderson era certamente un candidato fake” spiega Nardone, “ma è stato percepito come reale da migliaia di followers e anche da alcuni addetti ai lavori grazie alla qualità dei contenuti a all’orizzontalità della sua comunicazione: lui rispondeva a tutti, i candidati veri no. Fatte le dovute proporzioni, con il medesimo approccio Trump ha bypassato i media mainstream diventando egli stesso il media”.


Il mental coach Francesco Fabiano (PoliticManager.com), si è invece occupato delle doti comunicative di Trump e delle mancanze di Hillary Clinton, affermando che “mentre Trump, con la sua fisicità importante e con la sua mimica infondeva una certa sicurezza, Hillary dava l’impressione di salire in cattedra, ponendosi su un altro livello rispetto agli elettori, con i quali non è mai stata in grado di creare un rapporto minimamente empatico. Trump, invece, anche grazie alla sua mascolinità ha incarnato una figura che potremmo definire paterna”.

Anche Luca Rigoni (TgCom24) ha affrontato da vicino il tema delle fake news, e del ruolo dell’informazione tradizionale che, a suo parere, è “costretta a sacrificare la qualità per poter stare su un mercato che da anni, ormai, viaggia alla velocità di internet”, quanto al presidente eletto Trump, secondo Rigoni “i rumors americani dicono che una parte consistente dei media mainstream faranno in modo di mettere sempre più carne al fuoco affinché, un giorno, si possa arrivare addirittura all’impeachment”. Il dibattito si è poi concluso con alcuni interventi del pubblico e con la proiezione del booktrailer di “Io, Alex e Trump”.


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febbraio 22, 2017 Redazione0

Giuseppe di Matteo per Cultora.it – Il suo sito è ancora visibile (http://www.alexanderson2016.com/) e lo slogan in alto tutt’altro che sbiadito: “America is now”. Oltre 30mila follower su Twitter, una biografia costruita da zero, con tanto di video e gadget, un programma politico credibile. Alex Anderson aveva tutto per aspirare alla presidenza degli Stati Uniti. Nell’estate del 2015 si era pure messo in testa di partecipare alle primarie repubblicane, sfidando colossi come Marco Rubio, Ted Cruz, Jeb Bush e perfino Donald Trump, il futuro vincitore delle elezioni americane, con un decalogo di ricette alquanto moderato eppure capace di ascoltare gli umori (e la pancia) di un elettorato conservatore in collera contro la globalizzazione, colpevole di aver tradito la middle class e ridotto i posti di lavoro.

Per quasi un anno ha tenuto in scacco un intero Paese. Il problema è che Alex Anderson non è mai esistito. Si tratta infatti di un personaggio partorito dalla fantasia di Alessandro Nardone, 40enne comasco esperto di marketing digitale con un passato politico nel centro-destra come consigliere comunale della sua città. Senza muoversi dall’Italia Nardone ha costruito in Rete la campagna elettorale del suo candidato “fake”, fatta di botta e risposta con gli elettori, inviti a programmi televisivi, radiofonici e finanche a un dibattito pubblico con i suoi avversari alla presidenza. Finché, nel marzo del 2016, ha deciso di uscire allo scoperto rivelandosi al grande pubblico e ai media.

Ma la sua avventura era tutt’altro che terminata. Svestiti i panni di Alex Anderson, Nardone si è nuovamente catapultato nella campagna elettorale americana, questa volta nei panni di inviato di Vanity Fair Italia. Partito dalla Convention repubblicana di Cleveland, si è poi spostato a Philadelphia, New York e Washington DC, giusto a cavallo delle elezioni.
Di quella vicenda oggi resta il sapore adrenalinico nel suo libro “Io, Alex e Trump” (Youcanprint), pubblicato alla fine del 2016, che racconta quel periodo storico in modo inedito: tra le righe del poi si condensa anche il vissuto del prima, e nelle considerazioni di Nardone la storia di Alex riadattata alla maniera del cronista. A breve anche in inglese, per essere letta dagli americani.

Nardone, il suo libro potrebbe essere considerato un racconto scritto a quattro mani. O sbaglio?
«Assolutamente sì. Ho cercato di unire la mia esperienza di cronista e di uomo politico a quella di Alex, “candidato”, anche se per finta, alle elezioni statunitensi, raccontando tutto ciò che lui aveva vissuto realmente e che io ho a mia volta rivissuto successivamente come giornalista. Tra parentesi, la biografia di Alex ricalca quella del protagonista di un mio precedente romanzo, “Il Predestinato”».

Si aspettava la vittoria di Trump?
«Sì, anche se ero tra i pochi a scriverlo. I media americani e stranieri, a mio parere, hanno capito ben poco di ciò che è realmente successo l’8 novembre. Nel libro, per esempio, racconto i dubbi relativi alla candidatura di Hilary Clinton, mal digerita dagli stessi democratici. Per i repubblicani era l’avversario migliore da affrontare perché non aveva il carisma di Obama e rappresentava come nessuno l’establishment. Proprio ciò contro cui Trump si è scagliato, vincendo la sua partita. Non solo. La maggior parte dei media mainstream non ha voluto vedere che la gente era con lui perché stufa di promesse non mantenute. Oggi Trump spiazza anche per questo: fa ciò che aveva promesso prima di essere eletto».
Com’è possibile che nessuno si sia accorto che Alex Anderson era un fake?
«Qui entriamo in un campo minato relativo alla verifica delle notizie. Che non tutti i media hanno effettuato, e questo lo dico senza colpevolizzare nessuno. Tutto sommato Alex aveva un sito ben costruito, un profilo Twitter con migliaia di follower. Era difficile credere che fosse un personaggio inventato. Non solo: a differenza di molti politici di professione lui rispondeva a tutti. La gente lo sentiva più vicino, più vero rispetto agli altri, anche se paradossalmente era un fake. Lo stesso hanno pensato molti giornalisti. Ma la vicenda di Alex e la vittoria di Trump trascinano con sé anche altre questioni parecchio delicate».
Per esempio?
«Per esempio la guerra fra Trump e i media. Che in America è molto forte. Trump infatti li sta bypassando, comunica direttamente con la gente e gli spiega che non sono credibili, soprattutto perché molti avevano dato per certa la vittoria di Hillary Clinton».
Se Alex Anderson avesse vinto le elezioni, che tipo di presidente sarebbe stato?
«Un repubblicano moderato. Sostenitore della reaganomics, ma malleabile in tema di immigrazione. E avrebbe avuto da ridire anche sul secondo emendamento della Costituzione che, di fatto, autorizza gli americani ad armarsi».